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Produrre e vendere cibi fatti in casa: l’esperienza inglese.

Produrre e vendere dolci fatti in casa
Dolciconme

Avere un’idea di come si realizza in altre parti d’Europa la produzione e commercializzazione di cibi fatti in casa, in base alla regolamentazione europea, ci aiuta a collocare la situazione italiana in un contesto più ampio che ci fa capire come funzionano le cose negli altri stati del continente, e cosa occorre fare ancora qua in Italia, per rendere possibile la nascita di micro-imprese domestiche.

Alcune informazioni già ci sono per quanto riguarda la Spagna, che confermano la possibilità concreta di produrre alimenti in regola nella propria abitazione privata.

Ora Stefania Pensabene ([email protected]) di Roma ci dà tutta una serie di informazioni illuminanti su come in Inghilterra si può realizzare il proprio progetto di micro-imprenditorialità casalinga. Stefania ha raccolto queste informazioni dalle istituzioni inglesi per esperienza diretta, così che avrete la possibilità di verificare come questa opportunità offerta dal Regolamento CE 852/2004 sia una realtà praticabile, sostenibile e facile da realizzare per gli inglesi.

Ma lascio la parola a Stefania che ha scritto un articolo che molto volentieri pubblico sul Blog.

“PRODURRE E VENDERE CIBI FATTI IN CASA: L’ESPERIENZA INGLESE.

Ancora una volta, purtroppo, dobbiamo riconoscere che gli inglesi continuano a darci lezioni di civiltà e pragmatismo anche quando si tratta di un tema, il cibo, per la cui qualità fino a pochi anni fa non erano certo famosi.

Mentre in Italia non si riesce a capire se si possa o meno produrre cibo nella propria dimora a scopo di vendita, in Inghilterra – che come l’Italia è sottoposta alle stesse normative dell’Unione Europea – non solo è possibile ma le autorità della Food Standard Agency (FSA) hanno messo tutto online: dalla normativa di riferimento, ai manuali in PDF scaricabili su come avviare un business col cibo (anche da casa), ai manuali su come trattare il cibo nel rispetto della normativa vigente, ai consigli fiscali, ai corsi di formazione sull’igiene e ai “diari” con le istruzioni da seguire giornalmente per non commettere errori. Il tutto rigorosamente gratuito, con email e numeri di telefono delle autorità di riferimento (che rispondono entro 24 ore alle domande) per ottenere consigli.

Lo scopo di tutto questo è dichiarato apertamente nella sezione del sito dedicata al Regulatory approach: “La FSA ha come obiettivo statutario la protezione della salute pubblica e gli altri interessi dei consumatori in relazione ad alimenti e bevande. Tuttavia, siamo consapevoli che un’eccessiva o non chiara regolamentazione può rappresentare un onere eccessivo ed ingiusto su aziende, settore pubblico e altri gruppi di interesse (come volontari, associazioni di beneficenza e organizzazioni non profit), pregiudicando  in questo modo la realizzazione dei benefici voluti”.

L’approccio è dunque pragmatico: il business va aiutato a rispettare la regolamentazione vigente e le piccole imprese ancora di più. Come? Semplificando le richieste che vengono loro fatte a patto che l’obiettivo finale della sicurezza del cibo prodotto sia rispettato.

La produzione di cibo da casa? In Gran Bretagna è un fatto scontato. 

La possibilità di produrre cibo a casa propria è scontata in Gran Bretagna: in tutti i manuali dell’FSA, viene specificamente menzionato come una tipologia di small business.

La struttura di produzione. 

Nel manuale STARTING UP – Your first steps to running a catering business, è tuttavia espressamente dichiarato che nel caso di abitazioni private, “poiché lo spazio è limitato, i requisiti legali che si applicano ai locali usati per la produzione di cibo sono leggermente diversi e consentono una maggiore flessibilità”.

Anche nella guida Food Hygiene, a guide for businesses, a pagina 18, si specifica espressamente che per chi produce cibo da casa non è necessario sottostare agli obblighi di legge per quanto riguarda la struttura dei locali dove il cibo viene prodotto (che impongono ad esempio che ci sia un adeguato numero di toilets, di lavandini, che i muri e i soffitti siano ricoperti di materiali lavabili e non assorbenti, ecc.). Tutti gli altri obblighi di legge per quanto riguarda l’igiene e la salute – che rappresentano la principale preoccupazione delle autorità – vanno invece rispettati.

Obbligo di registrazione presso i servizi di igiene ambientale locali. 

Nel Manuale STARTING UP – Your first steps to running a catering business, si specifica che “anche i business di catering gestiti dalla propria casa” devono registrarsi presso i servizi di igiene ambientale locali almeno 28 giorni prima dell’inizio dell’attività. La registrazione consiste nel semplice invio di una paginetta precompilata, scaricabile online. Non costa nulla. Va però poi valutato, in base al business plan e insieme al proprio commercialista, se il business vada registrato per caricare l’IVA (in Gran Bretagna non c’è IVA per i food business fino a una soglia abbastanza elevata di fatturato) e se si voglia operare come individuo o come società. Ma questa è materia che l’FSA ricorda solamente come consiglio, non essendo sua materia di competenza.

Controlli.

Le autorità non verranno a controllare nulla prima dell’apertura, ma lo faranno entro qualche mese dall’apertura. Per chi fa catering da casa (nel rispetto della privacy), normalmente le autorità prendono appuntamento prima di venire (per i business più grandi non lo fanno). I controlli riguarderanno tutto ciò che è necessario sia presente nelle aree di preparazione degli alimenti per garantire il massimo di igiene ed evitare la contaminazione del cibo trattato e quindi in sostanza:

  • Presenza di lavandini e toilets ben funzionanti e con buona qualità dell’acqua
  • Buone condizioni strutturali e pulizia di muri, soffitti, porte, finestre e superfici su cui il cibo viene lavorato
  • Buone condizioni strutturali e pulizia di tutte le apparecchiature per il trattamento e la pulizia dei cibi
  • Adeguata organizzazione del trattamento dei rifiuti

Verrà anche verificata la modalità con cui i cibi vengono trattati: bisogna infatti lavorare in modo da salvaguardare la salute e sicurezza dei propri dipendenti (se ce ne sono) e di chi mangerà i cibi da noi preparati, nonché la sicurezza antincendio dei locali, la qualità e la freschezza degli ingredienti usati, la loro provenienza ecc.

Tutte le indicazioni di dettaglio e i consigli per operare in modo corretto (da quante volte lavarsi le mani e quando a cosa controllare per garantire il giusto livello d igiene ed evitare contaminazioni, da quando bisogna applicare l’IVA, alle allergie e come prevenirle, dall’etichettatura del cibo alla stesura dei menu) sono contenute nella guida online – con tanto di corso video – Safer Food Better Business, scaricabile dal sito www.sfbbtraining.co.uk.

C’è solo da sperare che l’esperienza inglese possa aiutarci a convincere anche le autorità italiane a condividere un approccio più pragmatico per permettere che anche in Italia si possa aprire un filone di piccole imprese che producono cibo – in sicurezza – nella propria abitazione senza inutili aggravi di costi.”

Così conclude l’articolo. Alle preziose considerazioni e informazioni che Stefania ha messo a disposizione vorrei, in conclusione, fare sintesi su alcune istanze fondamentali che vanno poste alle nostre istituzioni sanitarie e, in quanto responsabili ultimi, a quelle politiche:

a) Adozione da parte di tutte le Regioni italiane di linee-guida per la produzione e commercializzazione di alimenti preparati nelle abitazioni private, nel rispetto di quanto previsto dal Regolamento CE 852/2004, Allegato II, Capitolo III.

b) Linee-guida regionali che siamo omogenee per tutto il territorio nazionale, da garantirsi a cura del Ministero della Sanità, al fine di facilitare la nascita di micro-imprese domestiche nel settore alimentare che abbiano regole condivise e organiche, superando la parcellizzazione delle interpretazioni della normativa europea, questa sì uguale per tutti.

c) diffusione di tutte le informazioni utili per mettere le persone nella condizione pratica di avviare la propria micro-impresa domestica per produrre e commercializzare alimenti, utilizzando il web e tutti gli altri mezzi che possano essere necessari per raggiungere la maggior parte di pubblico.

Tutto questo nella convinzione che sia, prima di tutto, interesse delle nostre istituzioni promuovere la nascita di una micro-imprenditorialità che oggi potrebbe essere una valida alternativa alla disoccupazione e alla voglia di ripensare le proprie modalità di vivere il lavoro.

 

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